Le ingerenze dei genitori su WhatsApp

Qualche giorno fa sono stata coinvolta in un episodio che mi ha fatto intuire quanto possano essere deleteri i gruppi di genitori su WhatsApp.

Era un giorno freddo e piovoso, e alcuni bimbi della nostra scuola materna dovevano andare in gita a Roma (mia figlia era già andata qualche giorno prima).

La partenza era prevista per le 8 con il rientro alle 13. Il quel lasso di tempo sono stati mandati ben 113 messaggi sul gruppo di WhatsApp della nostra sezione, comprese alcune foto della scolaresca che si avviava verso il pullman, che hanno destato grande preoccupazione per il fatto che alcuni bimbi non sarebbero stati coperti adeguatamente dalle maestre prima di uscire.

Durante la mattinata, inoltre, alcune mamme hanno chiesto – sempre su WhatsApp – alla rappresentante di classe di intervenire presso le maestre per assicurare che i bimbi non fossero bagnati (nel frattempo era cominciato a piovere), e che avessero tutti la giacca abbottonata e il cappuccio tirato su.

Ora, senza voler entrare nel merito delle legittimissime preoccupazioni delle mamme per il benessere dei loro bambini, l’accaduto mi ha fatto riflettere molto su come lo strumento di WhatsApp – utilissimo per lo scambio e la circolazione di informazioni – abbia di fatto permesso al genitore una grave ingerenza non solo nella sfera di competenza delle maestre, ma anche nello spazio personale dei figli.

Le maestre sono in loco parentis, il che significa che, mentre il figlio sta a scuola, il genitore deve fare un passo indietro. E’ una questione di fiducia e di rispetto dei reciproci ruoli, e anche – si potrebbe aggiungere – dei reciproci errori (le maestre si accorgono eccome se c’è qualcosa che non va a casa, ma solo in casi eccezionali si permetterebbero di intervenire presso il genitore). Mi metto nei panni di una maestra che ha in gestione un gruppo di 25 bambini; sentirsi continuamente osservata e ripresa nello svolgimento dei suoi compiti delicati, o anche solo turbata dalla possibilità di esserlo, certo non contribuisce a creare un ambiente di apprendimento sereno che metta il bambino al centro del processo educativo. (Si potrebbe fare un’analogia con il campo della sanità, pensando alla diffusione della cosiddetta ‘medicina difensiva’ atta a prevenire cause per danni, spesso a discapito dell’interesse maggiore del paziente.) Tenere a freno questi genitori invadenti deve costarle caro in termini di tempo e energie.

A volte basta un solo messaggio per creare un ‘caso’; qui devo fare ‘mea culpa’, poiché qualche settimana fa ho sollevato un dubbio sul gruppo di WhatApp rispetto ad una scelta organizzativa operata in classe, provocando una reazione a catena tra le mamme e la risposta giustamente stizzita e risentita della maestra responsabile.

Non è da sorprendersi se in tutto questo si incrina la fondamentale collaborazione tra la scuola e le famiglie, non è un caso se le maestre cercano sempre più di tenerci alla larga.

Cosa dire poi dell’ingerenza nella vita dei figli consentita da un uso smoderato di WhatsApp? Lo scambio di foto dei bimbi in gita mi ha messo a grande disagio, come se noi genitori avessimo invaso il loro territorio. La gita doveva essere la loro, non la nostra. Inoltre, intervenire presso le maestre per farle fare quello che almeno i bimbi più grandi avrebbero potuto fare da soli ha significato in qualche modo deresponsabilizzarli.

L’episodio mi ha fatto interrogare anche sul tipo di rapporto che voglio avere io con questo mezzo così ansiogeno e invadente, che serve per rimanere nel flusso delle informazioni ma troppo spesso distoglie l’attenzione da quello che si ha davanti. Non vorrei diventare una di quelle mamme che si vedono spesso al parco, che spingono il figlio sull’altalena con una mano mentre digitano compulsivamente la tastiera del cellulare con l’altra… Non lo voglio per me, e non lo voglio soprattutto per i miei figli.

Alle 13.26, dopo che i bimbi erano rientrati a scuola sani e salvi, ho scritto sul gruppo chiedendo se con i ‘ben oltre’ 100 messaggi scambiati dall’inizio della giornata non avessimo forse un po’ esagerato. Non l’avessi mai fatto! Alla fine è intervenuta la rappresentante di classe per mediare, ricordandoci giustamente che leggere poi non è così faticoso, e si può scegliere anche di non farlo.

Non mi sono sentita di avere altra opzione che abbandonare il gruppo.

5 thoughts on “Le ingerenze dei genitori su WhatsApp

  1. Condivido parola per parola l’analisi sull’ingerenza parentale mentre non condivido affatto come ti sei fatta saltare i nervi (che il sangue UK avrebbe dovuto farti tenere piu’ saldi).

    L’errore che hai fatto, a mio parere, e’ stato di radicalizzazione del problema con conseguente semplificazione estrema. L’ingiustizia di un gesto (l’uso di WhatsARGH, come lo chiamo io) non avrebbe dovuto oscurare la complessita delle persone che lo usano.

    Si. Certo. Ci sono quelli/e che lo brandiscono come una mazza da baseball. Ma ci sono anche persone moderate, con cui si puo’ parlare, e che lo usano per rimanere nel gruppo.

    Perche’ e’ nel gruppo che si puo’ cambiare qualcosa. Non uscendone.

    Il tool non ne definisce l’utlizzo quanto l’uso. Che nel caso di WhatsARGH e’ il linguaggio. Volevi farti sentire? Potevi essere meno spigolosa e piu’ paracula, magari scrivendo in modo quasi scherzoso. Poi, nel privato, sei liberissima di mandare a quel paese il mondo creato.

    Infatti. Ora?

    Ora avrai dato solo l’impressione di essere un po’ sulle tue. Che non ti aiuta a fare quel poco di propaganda di umana ragionevolezza. Ti aiuta solo ad uscire.

    Certo. Senza WhatsARGH si stara’ sicuramente meglio.

    Ma, secondo me’, hai un po’ abbandonato il terreno di battaglia.

    🙂

    1. Senza questo particolare gruppo di WhatsApp sto decisamente meglio, anche perché ho la certezza di non perdermi niente di importante (c’è la rappresentante che mi gira tutte le comunicazioni ufficiali).
      Bisogna scegliere le proprie battaglie, e questa ne è una a cui scelgo di rinunciare.

    2. Ha ragione Laura. Riconosciamo responsabilità e personalità ai nostri figli fin da piccoli se livogliamo responsabili e sicuri da grandi.
      Io ho abbandonato facebook il giorno dopo aver aperto la pagina per non sentirmi guardone o esibizionista. Se voglio parlare con qualcuno gli telefono o vado a trovarlo e se sono in molti li invito a prendere un caffè insieme mentre chiacchieriamo guardandoci in faccia e ragionando insieme. Chi scrive nei gruppi non vuole comunicare, vuole solo rappresentarsi.

      1. Ciao Carmine. Sono totalmente daccordo con te’! Ma insisto sul fatto che fb, whatsARGH e tutto l’altro armentario social-tecnologico sono tools. Puoi pensarli come cacciaviti. Dipende dalla persona se li usa per svitare qualcosa o per far del male al prossimo. E non e’ smettendo di usare i cacciaviti che si evita che domani qualcuno li usera’ per far del male. Ma non ho problemi ad accettare sia la posizione tua che quella della di Laura!

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